MEDIE
ISTITUTI PRIVATI
 

 

 
 

Vita e Opere di Giovanni Boccaccio

 

Giovanni Boccaccio nacque a Firenze o a Certaldo, presso Firenze, nel 1313. Era figlio naturale del mercante Boccaccio (o Boccaccino) di Chellino, cioè Michelino, e di una donna ignota, probabilmente una "fiorentina di umile condizione. Le notizie che lo davano nato a Parigi da una nobildonna francese, Jeannette de la Roche , sono frutto della stessa fantasia del Boccaccio: per nobilitarsi nella cerchia dei suoi nobili amici napoletani o per vendicarsi della matrigna, egli stesso aveva inserito una storia romanzesca sulle sue origini nel Filocolo, una delle opere giovanili.

Trascorse l'infanzia a Firenze in casa del padre e poi della matrigna, Margherita dei Mardoli, che era parente della Beatrice dantesca. Il padre, autorevole socio della compagnia mercantile dei Bardi, mandò il figlio ancora giovanetto a Napoli, dove si trovava la succursale del Banco dei Bardi, rella speranza di fare di lui un esperto mercante e banchiere, e, quando si accorse dello scarso interesse del figlio per questa attività, lo esortò a studiare almeno il diritto canonico, la cui conoscenza, per i fitti rapporti tra gli Stati e la Chiesa , era a quei tempi assai lucrosa. Ma il Boccaccio deluse entrambe le speranze del padre, perchè all'attività pratica della mercatura e del Banco e allo studio del diritto canonico preferì quello della poesia. Più tardi lamentò che il padre l'aveva per qualche tempo distolto dallo studio della poesia, che egli aveva coltivato con molto entusiasmo sin dai primi anni con la prospettiva di diventare un insigne poeta, avviandolo all'attività di mercante e canonista, con la conseguenza che non era potuto diventare né mercante, né canonista, né insigne poeta.

A Napoli, dato l'ascendente notevole del padre, che, quale socio dei Bardi, era in buoni rapporti col re Roberto d'Angiò, il Boccaccio potè partecipare alla vita lieta e sfarzosa della corte angioina, della nobiltà e della ricca borghesia napoletana. In questi ambienti di vita signorile conobbe ed amò varie donne, che poi probabilmente unificò e mitizzò nella figura fittizia di Fiammetta (un diminutivo intensivo, ad indicare una fiamma d'amore vivida ed intensa), che dapprima avrebbe ricambiato l'amore del poeta, poi sarebbe passata ad altri amori per la sua volubilità.

Come per la sua nascita a Parigi, così il Boccaccio assai probabilmente favoleggiò sulla figura di Fiammetta. Egli narrò che la vide per la prima volta, innamorandosene di colpo, il Sabato Santo del 1336 nella Chiesa di San Lorenzo, in cui era entrato per assistere ai riti della vigilia di Pasqua. Fiammetta era in realtà la contessa Maria d'Aquino, nata dagli amori di re Roberto con una donna di corte di origine francese e sposata con un gentiluomo napoletano appartenente forse alla famiglia di San Tommaso d'Aquino.

Ma il soggiorno napoletano non fu soltanto lieto per le esperienze di vita amorosa e galante del Boccaccio; fu anche importante per la sua formazione culturale. Essa risultò un po' superficiale e disordinata - come è quasi sempre quella di un autodidatta - ma valse comunque a dargli una buona conoscenza della letteratura classica e di quella romanza. Nella sua formazione intellettuale di quegli anni si giovò delle persone più colte che in quel tempo soggiornavano a Napoli, come Cino da Pistoia, Andalo dal Negro, Paolo da Perugia, Giovanni dei Barrili, Marco Barbato da Sulmona ed altri.

Durante il soggiorno napoletano il Boc­caccio scrisse la Caccia di Diana, il Filostrato, il Filocolo.

Il fallimento della compagnia mercantile dei Bardi segnò una svolta amara nella vita del Boccaccio; egli dovette abbandonare Napoli nel 1340. In verità egli sperò ancora di poter ristabilirsi in quella città che era sempre in cima ai suoi pensieri per i felici anni di giovinezza che vi aveva trascorso. Vi tornò per ben due volte, ma ne ripartì deluso, perché non si vide accolto dignitosamente dal gran siniscalco del regno, il fiorentino Niccolo Acciaiuoli, il quale soleva chiamarlo ironicamente lohannes tranquillitatum, che può intendersi o, come traduce il Sansone, « Giovanni dei comodi suoi » e quasi « scansafatiche », o, come ritiene un recente biografo del Boccaccio, Cesare Marchi, « Giovanni dei tempi tranquilli, uno cioè che spariva nei giorni di tempesta e si faceva vivo appena tornava sereno ».

Tornato a Firenze, dopo un periodo di smarrimento per il brusco cambiamento di ambiente e di vita, aggravato da una serie di difficoltà economiche, riuscì gradatamente ad inserirsi nella vita sociale della città, attirandosi la stima e la fiducia dei suoi concittadini che gli affidarono di tanto in tanto alcuni incarichi. Due gli furono particolarmente graditi: il primo, nel 1350, quando fu incaricato di portare dieci fiorini d oro, a parziale risarcimento dei danni subiti dalla famiglia, a Suor Beatrice, figlia di Dante Alighieri, chiusa nel monastero di S. Stefano dell'Uliva a Ravenna; il secondo nel 1351, quando fu inviato a Padova per offrire al Petrarca, col quale l'anno precedente aveva stretto amicizia, una cattedra nello Studio Fiorentino, che il Petrarca tuttavia rifiutò.

Degli ultimi anni di vita del Boccaccio si ricorda un episodio che lo turbò profondamente. Un giorno, nel 1362, ricevette la visita del monaco Gioacchino Ciani, il quale gli narrò che un suo confratello, il certosino Pietro Petroni, un sant'uomo morto da poco, prima di morire l'aveva incaricato di recarsi dal Boccaccio per esortarlo a mutar vita se voleva evitare le pene dell'Inferno. Questo episodio segnò una svolta se non nella vita spirituale del Boccaccio - che già da tempo, passata la giovinezza, conduceva una vita più raccolta e morigerata (tanto è vero che nel 1360, ricevuti gli ordini sacri, aveva avuto dal Papa Innocenze VI il permesso di tenere cura d'anime con una bolla diretta al « dilette figlio Giovanni, figlio del fu Boccaccino chierico fiorentino ») - sicuramente nella sua attività di scrittore: pur dissuaso dal Petrarca dal bruciare le opere scritte fine allora, compreso il Decamerone, abbandonò infatti i temi realistici, amorosi e lieti delle opere giovanili, e si diede a comporre ir latino opere erudite ed edificanti, di ispirazione preumanistica.

Un altro fatto importante degli ultimi anni di vita del Boccaccio fu l'incarico otte­nuto nel 1373, dietro compenso di 100 fio­rini d'oro, di commentare pubblicamente, nella chiesa di S. Stefano di Badia, la Commedia di Dante; ma non arrivò oltre il 17 ° canto dell'Inferno, perché, già malato di idropisia e colpito da una forma di scabbia, dovette interrompere le lezioni e ritirarsi definitivamente a Certaldo, dove morì nei 1375.

Egli, che si era definito uno spirito predi­sposto alla poesia fin dalla nascita (ad poeticas meditationes dispositus ex utero matris), riaffermò questa sua grande passione nelle ultime parole dell'epigrafe che fu poi incisa sulla sua tomba nella Chiesa di San Jacopo a Certaldo:

patria Certaldum, studium futi alma poesis.

(« gli fu padre Boccaccio, patria Certaldo, passione l'alma poesia », dove « alma » va inteso nel significato etimologico latino di alo: nutro, alimento. Alma poesia significa dunque « poesia che nutre, alimenta lo spirito »).

Opere del periodo fiorentino in volgare: la Elegia di Madonna Fiammetta, il Ninfale d'Ameto, l'Amorosa visione, il Ninfale fiesolano, il Corbaccio, il Decameron.

Opere del periodo fiorentino in latino:

Bucolicum carmen, De casibus virorum illustrium, De mulieribus claris, De montibus, silvis, fontibus ecc., Genealogia deorum gentilium.

Opere su Dante: Vita di Dante o Trattatello in laude di Dante e le Esposizioni (cioè il commento) sopra la Comedia .