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Tema sulla personalità umana e artistica di Francesco Petrarca

 

Dagli scritti in volgare e in latino di Francesco Petrarca si ricava un'in-teriore personalità tormentata da inquietudini e da insoddisfazioni e interamente percorsa da un bisogno acuto, quasi morboso, di un'indagine psicologica minuziosa e spietata. La necessità di confessare a se stesso l'interno dramma, mentre rivela un'anima ancora dominata da timori e da preoccu­pazioni propri dell'etica medievale, denuncia, d'altra parte, fermenti che sono segni di un'età diversa. L'intelligenza acuta, anche se non profonda, non ha permesso al Petrarca di organizzare in un sistema logico le notevoli intuizioni che pur sono sparse nei suoi scritti. In politica egli denuncia, senza dubbio, atteggiamenti più moderni rispetto, ad esempio, a quelli di Dante, ma non riesce mai a teorizzare tali atteggiamenti in un ordinamento che valga a distinguerlo dai predecessori. Così la sua religione appare più frutto di un ragionamento intellettuale, modellato sul messaggio morale trasmesso dal mondo antico, che un'adesione del sentimento e dello spirito.

Temperamento squisitamente sensibile, ma fragile e aperto ad ogni sollecitazione esterna, il Petrarca vive in uno stato di perenne inquietudine. Più che l'amore, bisogna ricercare nella poesia e negli scritti in prosa la storia di uno spirito tormentato tra i tentacoli di un mostro misterioso dai mille volti e pur sempre lo stesso. Si tratta del perenne conflitto interiore, che costituisce l'essenza della poesia petrarchesca e la ragione più profonda della sua fondamentale malinconia. E un continuo oscillare tra gli allettamenti e l'incalzare delle passioni terrene e i richiami della coscienza dominata da preoccupazioni etiche e religiose. L'intelletto intravede la luce di un mondo nuovo che sta per sorgere - un mondo in cui l'uomo avrebbe fatto da padrone e da dominatore - e comprende che quello potrebbe, e dovrebbe, essere il campo più idoneo alle proprie eccelse possibilità. Ma la volontà è debole e il carattere incerto. Non ha la forza di scavalcare il fosso per paura della dannazione eterna; né, d'altra parte, si mantiene al di qua di esso con piede saldo e operare deciso. Sente l'ardore della passione, che gli brucia la carne e lo fa delirare, ed è cosciente della illiceità e peccaminosità dei suoi desideri e del suo agire. La bellezza, sotto qualsiasi forma, lo seduce; la gloria letteraria lo esalta; gli onori e le ricchezze lo attraggono; e, nello stesso tem­po, è tratto alla considerazione della caducità e della vanità delle cose di questa terra. Si da anima e corpo allo studio delle opere classiche e si adopera a riesumare le perdute spoglie di quella cultura antica; ma poi compone testi ascetici, innalzandosi con la mente alla considerazione delle verità celesti. È un perenne fluttuare tra due estremi interessi: la terra lo seduce, ma non può togliere lo sguardo dal cielo; ama i piaceri ma ha timore della dannazione. È stato detto che,la vita del Petrarca sia stata priva di un cen­tro ideale che non sia la sua persona. Bisogna tuttavia riconoscere che nel­l'intera produzione petrarchesca, in versi e in prosa, è costante un vivo sen­so dell'io teso a conferire un fine alla storia e a proporsi una legge morale purificatrice di ogni miseria terrena. Si può, pertanto, affermare che la poesia petrarchesca attinge proprio in questo bisogno di confessione la propria fun­zione catartica. Il poeta, in altre parole, non è passivamente succube del dissidio ma è lucidamente e pienamente cosciente di esso. Per cui il dramma interiore del dolce cantore di Laura si placa nel ritrovarsi dell'animo con se stesso, nel perenne racconto intimo stemperato in un sospiroso e voluttuoso pianto. È opportuno, a questo punto, accennare alla cosiddetta «voluptas dolendi» dell'uomo-Petrarca, nella quale la posterità ha voluto iden­tificare una sorta di irrequieta sensibilità romantica e, persine, l'angoscia esistenziale delle più tarde generazioni. Per cui la poesia petrarchesca denuncerebbe una situazione patologica. Una tale illazione, pur evidenziando una specie di connaturata «infermità» fatta di intime contraddizioni, risulta tuttavia incompleta e non consona all'opera letteraria che si vorrebbe spiegare. Il poeta aretino, contrariamente ad atteggiamenti similari che si potrebbero riscontrare in poeti e scrittori più vicini a noi, recepisce nella letteratura il superamento e la vittoria sulla irrazionalità delle forme che affiorano dal fondo oscuro e tormentoso della coscienza.